di MARIO GIAMPIETRO
La cosiddetta sindrome del Concorde si riferisce a un fenomeno (chiamato in inglese lock-in) che avviene spesso nel campo della innovazione tecnologica. Tale sindrome si genera quando la impostazione scientifica data (nel caso del Concorde costruire un aeroplano in grado di andare sempre più veloce) è obsoleta e non riflette più la percezione della società a proposito del problema da risolvere. Nel caso del Concorde, più che la velocità, altri criteri di prestazione come la comodità durante il volo, il basso costo del biglietto, la frequenza dei voli hanno reso vincente la scelta di costruire grandi aeromobili che viaggiano sotto la velocità del suono.
Questo articolo ha lo scopo di illustrare come l’attuale paradigma tecnologico della agricoltura industriale (ad alto uso di input) sia chiaramente in una sindrome del Concorde. Per spiegare questa affermazione bisogna tornare indietro nella storia per capire cosa ha guidato lo sviluppo tecnologico della agricoltura negli ultimi 100 anni nei paesi sviluppati.
Tale sviluppo ha avuto due obiettivi principali con priorità assoluta su ogni altro criterio di prestazione:
1) produrre la massima quantità di cibo possibile (dato che nel ‘900 c’è stata prima la grande esplosione demografica, associata a due guerre mondiali che hanno sensibilizzato la opinione pubblica a proposito della importanza della autosufficienza alimentare);
2) eliminare al massimo la presenza di contadini nella forza lavoro. Infatti, lo sviluppo industriale e post-industriale richiede una riduzione della percentuale di contadini nella forza lavoro dall’ 80% (nelle società pre-industriali) a meno del 5% in tutti i paesi sviluppati.
Il paradigma dell’ agricoltura industriale (basato sulla rivoluzione verde e sul crescente uso di inputs tecnologici associati ad una disponibilità di petrolio abbondante e poco caro) ha permesso di fare il miracolo: entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti e superati. Purtroppo tale successo si basa su tre assunzioni che si stanno rivelando sempre più indifendibili:
1) che l’ agricoltura è una attività puramente economica che ha il solo scopo di produrre derrate alimentari;
2) che le derrate alimentari (patate, mele, carne bovina) sono uguali (in inglese questo si chiama “substantive equivalence”) indipendentemente dalla loro qualità e dalle modalità di produzione;
3) che i costi ambientali, sociali ed economici associati con lo sviluppo dell’ agricoltura industriale siano trascurabili (che la priorità data a “produrre di più” sia indiscutibile).
A causa di questo lock-in culturale siamo arrivati ad un punto nel quale l’agricoltura viene regolata come se fosse un settore puramente economico, anche se è il settore con la più alta richiesta di investimento per addetto, il più basso ritorno economico sull’investimento e il più alto impatto ambientale per valore aggiunto prodotto e/o per addetto. Così si producono derrate alimentari che non hanno un domanda interna nei paesi ricchi e troppo costose per i poveri. I costi trascurati stanno ormai diventando enormi: (1) sulla salute (obesità, diabete, malattie cardiovascolari, ormoni e pesticidi nel sistema agroalimentare); (2) sull’ambiente (erosione del suolo, perdita di biodiversità, inquinamento e prelievo eccessivo dalle falde acquifere, cattiva gestione del territorio che porta a dissesti idrici); (3) sociali (perdita del tessuto sociale nelle aree rurali, perdita di tradizioni e della dimensione simbolica/culturale del cibo, cambiamenti radicali dei paesaggi rurali); (4) sulla economia (per la crescente domanda di risorse economiche per sussidi che diventano sempre più necessari di fronte al continuo aumento del prezzo del petrolio).


